Il peso dell’autorialità

autorialità

Per molto tempo ho vissuto la narrativa in maniera vaga, come un atleta che pratica per anni uno sport senza capire totalmente le meccaniche fisiche che avvengono nel suo corpo durante gli allenamenti. Ho macinato libri, film e videogiochi senza ritegno; accaparrandomi ogni opere su cui riuscivo a mettere le mani, indipendentemente dal genere o dallo stile, e dando davvero poca importanza alla figura che c’era dietro la sua ideazione.

Solo in tarda adolescenza iniziai a rendermi conto di un filo conduttore che legava la maggior parte delle opere che apprezzavo di più rispetto alle altre. Si trattava di qualcosa che non connetteva le loro storie direttamente, bensì un certo grado di carattere di cui disponevano, una sorta di scintilla che le rendeva speciali e più potenti rispetto alle altre. In un oceano formato da milioni di storie molto simili tra di loro, il mio occhio inizio a ricercare quella scintilla per riconoscere e avvicinarmi alle storie più interessanti.

Fu così che iniziai a notare i nomi scritti sopra le copertine; e ancor di più le caratteristiche stilistiche che accomunano le opere marchiate con lo stesso nome. Stavo scoprendo il valore autoriale.

stephen king

Ma che cos’è questa autorialità?

Probabilmente tutti ne avrete sentito parlare, ma mi rendo conto che per molti è una caratteristica che rimane sul vago, non per forza ben collocabile nella loro mente; per cui proverò a rendere il concetto il più concreto e conciso possibile: l’autorialità di un’opera è la traccia, o l’influenza, che l’autore stesso è riuscito a imprimergli di sé. È come se si trattasse di una parte di lui, dei suoi pensieri o ideali, della sua storia personale e della sua personalità. Si tratta di un marchio che trasforma profondamente la natura dell’opera, rendendola unica e caratteristica, e spesso (ma non sempre) legandola nello stile allo stesso ceppo di nascita alle altre sue opere.

Questo non vuol dire che le opere di uno stesso autore saranno uguali o simili tra di loro, ma sicuramente ci saranno degli elementi, anche solo appena accennati nelle sue profondità, che ne segnano l’appartenenza creativa. Basti pensare allo stile tipico di Tarantino, alla sua regia fatta di primi piani o alle sue sceneggiature con dialoghi infiniti ma incredibilmente affascinanti.

Un errore che viene spesso fatto però, è quello di pensare che autoriale sia sinonimo di “serioso” o “impegnativo”. Non per forza queste componenti coincidono, anzi, ci sono tantissimi autori in grado di mettere tanto di loro in opere puramente d’intrattenimento e facilmente fruibili da chiunque, ad esempio Steven Spielberg e Stephen King, due autori in grado di raccontare storie accessibili ma con uno stile tutto loro e sempre ricorrente (non è un caso che Richard Bachman, pseudonimo con cui Stephen King ha pubblicato alcuni libri per parecchi anni, sia stato smascherato proprio da un bibliotecario che ne aveva riconosciuto i tratti stilistici e autoriali). Questo perché accessibilità e autorialità sono due cose ben diverse, e ci tengo a esorcizzare questa errata convinzione che li vede per forza strettamente connesse l’una all’altra.

Personalmente ho imparato nel tempo a dare sempre più peso alla componente creativa dietro un’opera, e ad oggi tendo a dare una priorità sempre maggiore a quelle autoriali rispetto alle altre. Trovo infatti che queste risultino solitamente più originali, innovative e ricercate. Più la componente autoriale e marcata, più basso è il rischio di ritrovarsi di fronte a una storia scontata o già vista; questo perché l’opera assume un po’ della sua personalità e quindi della sua unicità, in quanto ogni singolo individuo è diverso da un altro. La nostra storia è quel che ci rende persone inimitabili, quella caratteristica che nessuno potrà mai rubarci o imitarci con successo, e per questo è in grado di dare un valore aggiunto a ogni nostra creazione, se solo siamo disposti a lasciarla confluire in essa.

Naturalmente questa profonda caratterizzazione porta con sé un prezzo da pagare. Proprio come con le persone, più un’opera assume un suo carattere, distante e diverso da quelli con cui siamo abituati a fare i conti, più si allontana dalla possibilità di essere apprezzata all’unanimità. Il suo nascere e formarsi attraverso uno stile e delle tematiche tutte sue, la rende inevitabilmente più facile o difficile da apprezzare in base ai gusti personali della persona che ci si approccia.

Zack Snyder sul set di Watchmen.jpg

Prendete ad esempio il film di Watchmen, che tanto mi piace tirare in ballo: alla sua uscita nei cinema molti lo additarono come un pessimo film film di supereroi, perché privo delle tipiche scene d’azione del genere. Ricordo addirittura alcuni che accusarono Dottor Manhattan di stare tutto il tempo a fare il preso male invece che combattere. È evidente che queste persone erano alla ricerca di un film totalmente diverso, con più supereroi e meno politica o esistenzialismo, ma Watchmen non voleva essere un film di supereroi! Lo stile narrativo del film, basato sull’opera originale di Alan Moore, e quello registico di Zack Snyder, sono palesi e pesantemente percepibili per tutto il film. Quelle caratteristiche che non erano piaciute a molti fan dei cinecomics, sono le stesse che riuscirono nel quasi miracolo di far piacere una storia di supereroi a chi solitamente disdegna il genere. I motivi che elevano questo film tra i miei preferiti, lo affossarono per molte altre persone.

Più un’opera è autoriale, più il suo goderne diventa dipendente dal trascorso di chi lo vivrà. La nostra storia, il nostro carattere, i nostri ideali e orientamenti ci faranno sentire più in sintonia con determinati autori piuttosto che con altri. In fondo sappiamo bene che non si può andare d’accordo con tutti, per cui come possiamo pretendere di riuscire ad apprezzare la visione artistica di ogni autore? Mai come in questi casi, è importante differenziare la comprensione dall’approvazione.

Navigando nell’industria dell’intrattenimento per anni, ho appurato che il peso che viene dato all’autorialità è ben diverso di settore in settore, partendo da quello letterario, dove l’importanza data all’autore è la più alta in assoluto; fino ad arrivare a quello videoludico, dove fino a qualche anno fa gli autori conosciuti, e a cui i produttori davano libertà creativa, si potevano contare sulle dita di una mano. Per fortuna negli ultimi anni questa situazione sta cambiando rapidamente e con prepotenza, in buona parte grazie a internet, e questo non può essere altro che un processo evolutivo vantaggioso per tutti. L’autorialità porta alla sperimentazione, all’innovazione e al prendersi i rischi necessari per poter portare la narrativa e ogni altro settore ad un livello più alto.

Le grandi case produttive stesse se ne stanno rendendo conto, ed è per questo che, laddove fino a poco tempo fa si dedicavano la maggior parte delle risorse alla creazione di prodotti costruiti ad hoc (la morte dell’autorialità), oggi lo si fa per la creazione di vere e proprie opere costruite intorno alla visione di un creativo. La libertà di espressione nelle opere narrative e dell’intrattenimento in generale sta diventando una componente sempre più apprezzata e richiesta.

Red dead redemption 2 Jhon.jpg

Basti pensare a opere come God of War o Red Dead Redemption 2, che mostrano scelte autoriali importantissime sotto ogni fronte, che fino a qualche anno fa non sarebbero state accettate dai grandi produttori per dei blockbuster. Ed esempi del genere si possono fare anche nel cinema italiano, con Lo chiamavano Jeeg Robot e tanti altri.

Quest’epoca delle comunicazioni superveloci sta permettendo agli autori di ottenere sempre più visibilità e importanza, ma anche di creare intorno a loro una community di persone in linea che la loro visione creativa, e tutto ciò gli permette di avere sempre più carta bianca nella loro fase creativa. È grazie a questo processo di crescita che oggi possiamo mettere le mani su storie incredibilmente affascinanti, spesso anche di nicchia, che fino a qualche anno fa non avrebbero mai visto la luce, o sarebbero cadute velocemente nel dimenticatoio. Per questi motivi oggi conosciamo molti più nomi di autori, registi, game designer e illustratori rispetto a quanto non si facesse un dieci/quindici anni fa.

A mio avviso l’autorialità è la strada da seguire. Una pretesa che dobbiamo imparare a richiedere più spesso (ma non sempre).

Anche nella narrativa dobbiamo imparare a fare quello che da decenni facciamo già con la tecnologia: fidarci dei creativi. L’autore che plasma l’opera in base alla sua visione, seguendo quel che la sua mente crea e non quel che il pubblico chiede, è colui che riesce a mostrarci qualcosa di nuovo e che non sapevamo nemmeno di desiderare.

Impariamo a dare sempre più potere a chi sa immaginare al di là delle nostre aspettative, ma specialmente impariamo ad accettare che quasi mai possiamo guidare la sua mano per creare qualcosa di migliore. La sua visione è tale in quanto sua, e tutto ciò che dobbiamo fare è accettarla, stupirci, e poi decidere se amarla o disprezzarla.

 

2 pensieri su “Il peso dell’autorialità

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