Lezioni di scrittura dal Film Joker

Salve, Viandanti, e bentornati nella mia Locanda.

Quest’oggi vi porto il primo articolo della rubrica “lezioni di scrittura da…”, una serie che ha come intenzione quella di imparare dai più grandi autori narrativi le loro tecniche di storytelling, analizzando direttamente le loro opere. Se volete qualche info in più a riguardo, vi rimando al mio articolo precedente, in cui vi parlo non solo di quanto sia importante per me l’essere costantemente uno studente, ma anche di come sono arrivato a maturare l’abitudine a imparare da qualsiasi fonte possibile.

Ma senza perderci ulteriormente, direi di passare al primo articolo di questa rubrica: Lezioni di scrittura dal film Joker.

Vi ho già parlato approfonditamente del film di Todd Phillips e della sua poetica e filosofia, sia in un articolo qui sul blog, sia in una lunghissima analisi narrativa sul mio canale youtube. Oggi però non vi parlerò tanto della sua storia, esponendovi invece quel che ho imparato dal modo in cui è scritta e raccontata.

Scott Silver e Todd Phillips, i due sceneggiatori, hanno infatti confezionato un’opera davvero meravigliosa, che tratta innumerevoli tematiche e riesce a farci provare un ampio spettro di emozioni. Gran parte di questo successo però è legato strettamente al MODO in cui questa storia ci viene raccontata, con scelte autoriali molto intelligenti, che contribuiscono a veicolare le sensazioni di Arthur nello spettatore.

Per cui, cos’ho imparato dalla sceneggiatura di Joker?

1. Come costruire una scena di apertura perfetta:

Joker Joaquin Smile

In ogni storia, la prima scena ha un’importanza cruciale. Serve non solo a stringere il patto con lo spettatore/lettore, presentandogli le vicende che andrà a vivere, ma anche ad “accendere”  la sua emotività, così da predisporlo alle sensazioni che andrà a provare per tutta la storia.

In questo film, la prima scena ha una costruzione pressoché perfetta.

Ci troviamo in un camerino. Arthur è ripiegato davanti allo specchio, quasi ingobbito, che si sta aggiustando un trucco da clown sulla faccia. Il movimento dei suoi gesti è preciso, sicuro, sintomo che ha ripetuto quella procedura innumerevoli volte. Possiamo vedere di sfuggita alcuni suoi colleghi poco più in là, ma in maniera marginale, abbastanza da farlo sembrare quasi solo.

In sottofondo, da un vecchio televisore, viene trasmesso un servizio in cui si parla del degrado di Gotham city e dello sciopero della spazzatura. Dopo un po’ parlano anche dei cittadini, lamentandosi delle condizioni della città, ma sempre sullo sfondo, quasi a sostituire la colonna sonora, assente nella scena.

Ad un certo punto Arthur si ferma e si osserva. Il trucco è finito, ma lui non sprigiona l’allegria che dovrebbe avere ogni clown. Prova allora a sorridere, forzandosi fisicamente con le mani, applicando su sé stesso una sorta di violenza, ma non funziona nemmeno questo. Una lacrima solitaria scivola lungo il suo volto rovinandogli il trucco fatto con tanta cura.

In pochi minuti, il film ci ha presentato il protagonista, il contesto in cui si muove, il ritmo e lo scopo della storia; il tutto senza far dire nemmeno una parola ai personaggi. Siamo di fronte alla rappresentazione perfetta del “non spiegare, mostra”.

Il fatto che nella scena non ci sia colonna sonora, rumori forti o dialoghi a catalizzare l’attenzione, ci permette fin da subito di focalizzarci su Arthur e sul suo stato d’animo. Capiamo immediatamente che ci troviamo di fronte a un protagonista debole spiritualmente, che soffre di depressione e che cerca senza successo di combattere un’insoddisfazione personale enorme.

Il modo in cui si trucca, poi, ci fa capire che non è la prima volta che lo sta facendo. È evidente che faccia il clown da parecchio, ma che non la vive comunque bene. In più i suoi colleghi sembrano ignorarlo. Altro segnale di quanto sia una persona solitaria.

La televisione in sottofondo però ci dà tante altre informazioni. La città è degradata, abbiamo un problema di pulizia e spazzatura, ma anche di insoddisfazione generale. Da quel che dicono i cittadini intervistati possiamo intuire che questo sia solo uno dei tanti problemi che si ritrovano a dover gestire. Gotham è un brutto luogo in cui vivere.

Infine, questa scena ci chiarisce anche quale sarà il ritmo del film. Si prende tutto il suo tempo per mostrarci il finto sorriso di Arthur, indugiando a lungo in primi piani che esaltano la sua intimità. È una partenza molto lenta rispetto a quella del cavaliere oscuro di Nolan, per esempio, che ha un montaggio serrato, con scene d’azione e una rapina che implica una banda numerosa, vari ostaggi, implicazioni mafiose, esplosioni e omicidi. Tutto questo in Joker non c’è. Capiamo molto velocemente che sarà tutto più lento e intimista.

In forse cinque minuti, e senza una linea di dialogo, abbiamo già tutte le informazioni che ci servono per capire di fronte a che film ci troviamo, ma iniziamo anche a provare le prime emozioni forti. Siamo estraniati, proviamo pena, ci sentiamo in empatia.

Questa scena è un piccolo capolavoro nella sua costruzione.

2. Aspettare a dare allo spettatore le spiegazioni:

Joker camerino Murray

Una tecnica usata molto sapientemente dagli autori è stata sicuramente quella di aspettare a darci le informazioni non strettamente necessarie.

L’esempio più lampante è sicuramente quello relativo alla risata di Arthur. La prima volta in cui questa viene mostrata, al suo colloquio con la psicologa, dura parecchi secondi, ed è così tanto decontestualizzata che in sala c’era un misto di ilarità e inquietudine a riguardo.

In un primo momento pensiamo che si tratti di una reazione folle, sintomo della pazzia che ci è stata accennata, ma questo ci strania comunque, perché è troppo immotivata.

Solo nella scena dell’autobus ci viene finalmente spiegato che si tratta di un disturbo, conseguente a un trauma che Arthur ha subito, e questo in un qualche modo ce lo rende più comprensibile e accettabile. Il non spiegarcelo subito però, ci dà la possibilità di provare inizialmente quello che tutti i personaggi del film proveranno davanti a quella stessa risata.

Quando i tre ragazzi del treno si avvicinano per picchiarlo, proprio a causa di quella risata, noi vorremmo quasi urlargli di fermarsi, che non è come sembra. Loro non hanno le informazioni che abbiamo noi, ma possiamo capire cosa stia passando nella loro mente, perché è passato anche nella nostra a inizio film.

Tendenzialmente quando si scrive una storia, si cade spesso nell’errore di voler spiegare per forza al lettore/spettatore quel che sta accadendo. A volte eccedendo in spiegazioni o ovvietà che in un qualche modo possono rovinare parte dell’esperienza. La paura che il pubblico non capisca è presente in ogni scrittore, ma Todd Phillips ci mostra un esempio pratico per cui, a volte, lasciare lo spettatore nell’incomprensione può essere uno strumento narrativo incredibilmente efficiente. 

3. Un singolo indizio per mettere in dubbio tutto il resto:

Arthur e Thomas wayne

Questo film fonda quasi tutta la sua parte centrale sull’incapacità di Arthur di distinguere il verità e finzione, e per far percepire questa cosa anche allo spettatore, gli sceneggiatori hanno usato una vecchia tecnica, che se usata sapientemente funziona sempre: insinuare il dubbio con singoli indizi mirati.

Ammettiamolo, nel momento in cui Arthur trova la foto di sua madre con la dedica di Thomas Wayne, tutti ci siamo chiesti quanto della storia di Penny Fleck fosse vero.

Ci hanno mostrato una donna fragile e instabile fin dalla sua prima apparizione. Una donna che a malapena ha contatti con il mondo esterno a casa sua, che è stata in manicomio ed è stata vittima di violenze. Si tratta di un personaggio che non mostra nessun sintomo di affidabilità nelle sue parole, eppure basta quel singolo indizio di una foto per insinuare il dubbio.

E non si tratta di un caso isolato. Pensate a quando il capo di Arthur gli dice che il suo collega ha fatto la spia sulla pistola. Eppure quello stesso collega, per quanto sgradevole, va poi a casa di Arthur per fargli le condoglianze. Ci rimane allora il dubbio: gli ha dato la pistola per farlo licenziare, oppure l’ha tradito dopo per non perdere il lavoro?

La scena finale poi, è una vera esplosione di indizi che insinuano dubbi. Basta uno stacco su Bruce Wayne davanti ai genitori morti per far nascere incertezza su tutta la realtà della storia vista fino a quel momento. Arthur ha davvero fatto quel che abbiamo visto? È sempre stato in un manicomio? Ha ucciso o no Sophie?

Insomma, questa è una lezione che vale sia nella vita di tutti i giorni che nella narrativa: non importa tutto quel che si è visto prima, basta l’indizio giusto per insinuare il dubbio.

Conclusioni

Queste sono le tre lezioni di scrittura che ho imparato dal film Joker. Spero che possano rappresentare degli spunti interessanti per altri aspiranti scrittori come me, o anche solo essere state delle riflessioni interessanti per i più curiosi.

Se anche voi avete imparato qualche lezione di narrativa da questo film, non esitate a dirlo nei commenti qui sotto. Non vedo l’ora di confrontarmi con altri spunti interessanti!


 

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