Death Stranding e il suo inno alla Conoscenza

Death Stranding Bridges Logo

Pericolo Spoiler leggeri su Death Stranding, attenti a proseguire la lettura!

Se mi seguite da un po’, ormai saprete quanta importanza le opere di Hideo Kojima abbiano avuto nel mio modo di vivere la narrativa, i videogiochi e lo storytelling come arte a sé, e in particolare come fu proprio il primo capitolo della saga di Metal Gear a farmi capire che nella vita volevo raccontare storie. Potrete quindi immaginare quanta emozione senta ora nel scrivere questo articolo per parlarvi di un suo gioco, a più di vent’anni dal mio primo contatto con le sue opere.

Ho seguito Death Stranding fin dal suo primo annuncio con una curiosità travolgente, in buona parte grazie alla presentazione di un contesto narrativo davvero senza eguali, lontano da tutto quello a cui siamo normalmente abituati, ma anche per quella che sembrava fin dall’inizio una storia profonda, originale ed emotiva come poche altre. Eppure quest’opera è riuscita a sorprendermi lo stesso, nonostante le aspettative e le speranze già alte, regalandomi emozioni e sentimenti di un’intensità che non può essere ignorata.

Per cui togliamoci ogni dubbio a riguardo: Death Stranding è un’opera di altissimo livello, una perla del mondo videoludico che dimostra quanto questo media abbia tantissimo da offrire alla narrativa, e nulla da invidiare ai suoi cugini più vecchi e affermati, come la letteratura o il cinema; ma è anche un’opera coraggiosa, che non ha paura di parlare di attualità politica o di mettere in mostra infanti usati come oggetti o vittime di violenza.

Death Stranding Artwork World

Con questo videogioco Hideo Kojima è riuscito a plasmare un mondo e delle storie uniche, in grado di affrontare numerosi concetti e filosofie complesse e stratificate, ma anche e specialmente attuali.

Death Stranding è un ritratto della nostra società che mostra i pericoli e gli effetti di un mondo sempre più diviso, che non riesce discernere il contatto umano concreto da quello percepito digitalmente, il tutto accompagnato da un’aspra critica sociale, con tanto di denuncia politica e ambientale esternata esplicitamente e implicitamente, andando contro la moda del neutralismo che tanti autori stanno seguendo, purtroppo, per paura di scontrarsi con l’opinione pubblica.

Avrei davvero tantissimo da dire sull’ultimo lavoro del Game designer nipponico, e spero di riuscire a farlo in una lunga analisi narrativa che uscirà sul mio canale youtube nei prossimi giorni. Nel frattempo però, oggi voglio dirvi la mia su una delle tematiche affrontate in quest’opera ma di cui si è parlato davvero poco o nulla in giro: l’inno alla conoscenza.

Hideo Kojima ha sempre tenuto in grande considerazione la scienza e la storia nelle sue opere, dando a figure come scienziati e studiosi parti fondamentali. Anche laddove i protagonisti sono perlopiù guerrieri, questi ultimi dipendono dalla tecnologia e dalla comprensione del contesto che li circonda per riuscire nelle loro imprese, e Death Stranding non fa altro che portare all’estremo questa caratteristica.

La forza, il coraggio o gli addestramenti diventano subordinati all’intelligenza, alla cultura e a una conoscenza a trecentosessanta gradi dell’uomo e del suo universo.

Kojima ci racconta un mondo terribilmente pericoloso, in cui la morte è dietro ogni passo. La natura, già normalmente un elemento da affrontare con timore e reverenza, qui è resa ancora più mortale da elementi sovrannaturali, creature arenate e da una follia dilagante. Eppure, nonostante questo contesto ostile, che un essere umano nudo e puro non potrebbe mai affrontare da solo, grazie alla conoscenza scientifica e tecnologica la razza umana sopravvive.

I corrieri stessi, eroi indiscussi della vicenda, potrebbero fare ben poco armati solo di forza fisica e coraggio. Gli zaini per portare quintali di pacchi, gli esoscheletri per muoversi più facilmente o i veicoli per affrontare le zone più impervie, sono tutti strumenti indispensabili per permettere ai corrieri di esprimere la loro dedizione alla causa. Senza, attraversare il mondo di Death Stranding sarebbe impensabile, e questo ci viene spiattellato in faccia di continuo per tutta la storia.

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La comprensione stessa del cataclisma che sta schiacciando ogni forma di vita sul pianeta avviene solo dopo il riottenimento delle conoscenze passate attraverso la rete chirale, e da scienziati come Heartman o Deadman, non dai corrieri, che seppur fondamentali hanno più la funzione di corde con cui ricollegare la conoscenza ai loro colleghi studiosi.

L’opera è chiara nel messaggio che vuole darci: la conoscenza è la nostra arma più forte, nonché l’unica con cui possiamo affrontare un’estinzione apparentemente inevitabile.

Hideo Kojima però non si limita a un elogio ottimistico, sottolineando anzi quanto questa stessa conoscenza vada rispettata e trattata con sensibilità e criterio, perché in caso contrario può risultare ancora più distruttiva del Death Stranding stesso.

In più frangenti ci vengono mostrate potenzialità e pericoli delle nostre stesse tecnologie e conoscenze, sia a livello fisico che psicologico.

Basti pensare alla bomba ad antimateria, capace di annientare le inondazioni chirali, ma anche di distruggere intere città se usata o trasportata sconsideratamente. Un pericolo fisico, concreto e rappresentativo.

La rete chirale invece, è ovviamente un riflesso della nostra rete internet, con tutti i pericoli mentali e psicologici che ne consegue, come il soppiantare quasi totalmente i contatti reali e fisici, accontentandosi dei mi piace per produrre seratonina, ma perdendo ogni stimolo al rischio per ottenere di più. Più volte ci viene sottolineato quanto molti sopravvissuti dipendano da questi mi piace per non impazzire, senza rendersi conto che questi ultimi non hanno alcuna reale utilità nel loro mondo. Un pericolo per la mente insomma.

Death Stranding BB artwork

Ma volendo andare ancora più in profondità, possiamo trovare anche un pericolo più morale e profondo che Kojima ci racconta mostrandoci le ricerche sui BB e tutto ciò che li riguarda. La Bridges si ritrova a dipendere da questi ultimi per poter salvare gli Stati Uniti, sia sfruttandoli come strumenti per attraversare le zone infestate, sia per creare le basi a cui connettere la rete chirale. Questi ultimi sono strumenti con un potenziale immenso, ma anche la fisica rappresentazione del sacrificio troppo alto, il limite da non superare per non perdere la stessa umanità che la conoscenza dovrebbe preservare. Una rappresentazione di pericolo per la nostra anima.

Leggendo le varie email che arriveranno a Sam, o i diari riguardanti il passato del mondo di Death Stranding (cioè il nostro presente) possiamo sentire una forte denuncia nei confronti dell’ignoranza e della paura che quest’ultima porta con se, anche e specialmente quando viene a contatto con una conoscenza abusata.

Quest’ultima va quindi usata e ricercata con maturità e consapevolezza, perché se fatto con leggerezza può portare a eventi terribili, proprio come avvenuto con il primo BB nel mondo di Death Stranding, o con l’energia nucleare nel nostro.

In fondo, qualsiasi cosa o persona con il potenziale di salvare l’umanità ha anche il potere condannarla, e la differenza sta tutta nel modo in cui si agisce.

In un periodo storico in cui si assiste troppo spesso al termine “professorone” usato quasi come fosse un insulto, Hideo Kojima ha scritto una storia che parla sì di legami e responsabilità in primis, ma che lo fa mostrando quanto queste ultime, così come ogni altro ambito della nostra società, siano influenzate dall’utilizzo della nostra conoscenza pregressa, scientifica e storica.

La nostra razza ha il potere di migliorare il mondo, ed è importante prenderne atto il prima possibile, iniziando a trattare il nostro strumento più potente con il rispetto, la cura e la responsabilità che merita.

La Conoscenza va cercata, ambita, rispettata e approcciata con criterio, e questo Death Stranding lo urla con tutta la potenza della sua stupenda narrativa.


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