Racconto breve – Il nuovo Orsen

Sopravvissuto Zombie

Quand‘era scoppiata l’epidemia, sei mesi prima, Orsen era uno sbandato di ventisette anni che non riusciva a tenersi un lavoro per più di due mesi neanche se avesse voluto. La sua ennesima ragazza l’aveva lasciato dopo averlo beccato insieme alla sua migliore amica, e, come se non bastasse, i suoi genitori l’avevano buttato fuori di casa, stanchi di doverlo mantenere e delle continue delusioni.
Non che Orsen fosse una cattiva persona, chiariamo bene, ma nonostante l’impegno dei suoi genitori, e di quello di una moltitudine di compagne spinte da un illuso istinto da croci rossine, non gli era mai riuscito di mettersi la testa sulle spalle. Per quanto ci avesse provato, e dio solo sapeva se l’aveva fatto, non era in grado di prendersi una responsabilità e mantenerla per più di qualche giorno. Gli piaceva divertirsi, andare alle feste e giocare ai videogame tutta la notte; ma se gli davi una responsabilità, anche semplice, come ad esempio annafiare le piante di casa mentre eri in vacanza, be’ in quel caso potevi andare sul sicuro che lui sarebbe venuto meno al suo impegno al primo spiraglio di un’alternativa più divertente.
Ma quello era il vecchio Orsen, quello pre-epidemia, quando ancora la gente non era diventata per la maggior parte cadaveri ambulanti in preda alla fame di carne.
Da quando il sistema sociale era collassato lasciando i pochi sopravvissuti senza elettricità, acqua calda o governi a guidarli, Orsen era nettamente migliorato. Quasi una sorta di miracolo.
Aveva smesso di essere schizzinoso e viziato e aveva iniziato ad adattarsi.
Prima era solito cambiare un paio di scarpe a settimana per il puro gusto di sfoggiare un nuovo modello, ora invece, nonostante gli sarebbe bastato allungare la mano in una vetrina sfondata per averne quante ne voleva (e gratis per giunta), continuava a indossare lo stesso logoro paio di Adidas, con la suola ormai resa sottile come un foglio di carta a forza di macinare chilometri di asfalto e campi. Eppure, in netto contrasto con la persona che era prima, l’idea di cambiarle non gli passava neppure per la testa, anzi se n’era quasi affezionato.
Lo stesso discorso valeva per i vestiti, che prima comprava e buttava con una frequenza quasi al limite dell’ossessivo, mentre ora non se li cambiava neppure per andare a dormire. Indossava sempre gli stessi jeans, strappati e pieni di macchie di sangue, e un maglione pesante di Prada, scelto al tempo per moda, ma mantenuto ora per efficienza.
Forse l’unica cosa nella quale al posto di migliorare era peggiorato, era proprio l’igiene. Stessi abiti, bagni troppo poco frequenti, cibo non proprio sanissimo; ma non si poteva di certo farne totalmente una colpa a lui, in fondo in un mondo invaso da morti viventi che divoravano i pochi sopravvissuti, chi pensava troppo all’igiene? Era un difetto tutto sommato sopportabile visti i pregi acquisiti.
Orsen era diventato proprio una persona migliore, costretto ad essere responsabile, volente o non volente, per non morire di fame o essere ucciso da uno dei sopravvissuti ancora in circolazione. Per quanto fossero diversi, il nuovo e il vecchio Orsen avevano in comune un profondo attaccamento a quella vita che, anche se in certi casi misera e triste, gli concedeva comunque molte più esperienze positive.
Fu così che quella nuova e stramba civiltà, nata dalle ceneri dell’epidemia, aveva iniziato a guardare Orsen come un animale raro, sulla quale si poteva contare, quasi un leader. Irradiava una sensazione di forza e carisma che spingeva i deboli a seguirlo, e i forti a temerlo.
Probabilmente gran parte delle persone che decisero di affidarsi a lui all’inizio, seguendolo senza mai fare domande e senza mai controbattere le sue decisioni, si erano accodate nello scoprire la sua incredibile abilità nello scovare la più importante delle merci del nuovo mondo: il cibo.
Orsen si era reso conto subito allo scoppio dell’epidemia di possedere dei sensi più acuti di quanto non avesse mai pensato, e in particolar modo un’abilità nel trovare cibo, per se e per le altre persone della sua nuova compagnia, senza precedenti. Era infatti da attribuire a lui più che a chiunque altro il merito se erano sopravvissuti per sei mesi, nonostante i pericoli e le lunghe marce che dovevano affrontare ogni giorno.
E pure ora, che il cibo scarseggiava ogni giorno di più per ovvie ragioni, il gruppo di Orsen, al contrario di molti altri in giro per il mondo, non aveva mai passato un giorno a digiuno. Certo, in alcuni casi si erano dovuti scendere a compromessi accontentandosi di mangiare cani, gatti e spesso anche topi, ma in tempi come quelli non si poteva fare gli schizzinosi, e questo Orsen l’aveva imparato a discapito delle sue vecchie abitudini a base di cene in rinomati ristoranti di lusso. E comunque i pasti di qualità rimanevano abbastanza frequenti per far sì che nessuno si lamentasse.
Vista quindi la grande stima che Orsen si era meritato tra i suoi compagni di avventure, non era inusuale che altri sopravvissuti, diversi da loro, nell’intento di causare un danno al suo gruppo,ù provassero a ucciderlo colpendolo con mazze, martelli, piedi di porco o altre armi contundenti che gli avrebbero sicuramente causato qualche bel problema, se non fosse stato per la protezione dei suoi compagni di viaggio, che erano sempre pronti a frapporsi tra lui e i suoi nemici. Spesso molti di loro morivano negli scontri che portavano Orsen alla vittoria, e questo un po’ gli dispiaceva, ma quelle erano le regole del nuovo mondo, e non poteva soffermarcisi troppo.
Il vero rischio c’era quando s’imbattevano in qualche gruppo di sopravvissuti che, sfortunatamente per Orsen e i suoi, avevano delle armi da fuoco. Orsen non usava armi, e non lo facevano nemmeno i suoi ragazzi, era una sorta di regola non scritta che li caratterizzava. Per cui spesso capitava che questo svantaggio si rivelasse molto pericoloso, e qualche proiettile lo raggiungeva ad una gamba o al petto, qualche volta causandogli danni permanenti; ma per fortuna, nessuno era ancora riuscito nell’intento di ucciderlo.
Quelle ferite avevano iniziato a sformare il suo fisico un tempo muscoloso e definito, lasciandogli addosso segni che non sarebbero mai andati via. Li avrebbe portati con se per il resto dei suoi giorni, come trofei che un tempo avrebbe mostrato con fierezza alle ragazze, ma che ora lo rendevano solo sempre più debole e malfermo. Dal giorno dell’epidemia poteva contare ben tre pallottole piantate nella sua gamba destra (cosa che gli provocava una leggera zoppia su quel lato), una nella spalla sinistra, due alla schiena e tre nel punto dove si trovava il suo cuore ormai fermo da sei mesi.
Fatta eccezione per queste rare complicazioni comunque, la nuova vita di Orsen gli piaceva, alla fine dei conti divenire uno Zombie era stata probabilmente la cosa migliore che gli potesse capitare.

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